Caccia : la Storia

La storia della caccia

Per l'uomo la caccia viene prima di tutto.
Dal punto di vista cronologico, uccidere animali per mangiarseli, e per rivestirsi delle loro pelli, è infatti un evento che precede sia l'agricoltura che la pastorizia. Quando non c'era ancora l'allevamento, per mangiare proteine animali ci voleva l'allenamento: le prede venivano inseguite a piedi anche per giorni interi, e venivano prese per sfinimento.

L’uomo è cacciatore. In senso figurato, quest’affermazione è pienamente valida: siamo tutti continuamente a caccia di qualcosa (del successo, del posto di lavoro, dell’amore, della felicità).

La caccia è stata decisiva nel anche determinare il nostro aspetto fisico: prima eravamo coperti di peli, ma li abbiamo dovuti perdere perchè causavano un eccessivo aumento della temperatura corporea durante gli inseguimenti delle prede. Pure la stazione eretta la dobbiamo alla caccia: la corsa a due zampe (pardon, a due gambe) è meno veloce di quella a quattro, ma si riesce a mantenere più a lungo.
Il bisogno di catturare animali spesso molto più grossi di loro obbligò i nostri pro-progenitori a imparare a collaborare: si andava a caccia in gruppo, dividendosi i compiti a seconda delle abilità: chi era bravo a individuare le orme, chi a seguirle: chi sapeva stanare la preda, chi la sapeva colpire con precisione.
Il lavoro di equipe nasce insomma dal bisogno di riempirsi la pancia.
Il dover cacciare senza essere cacciato aiutò l'uomo a elaborare strategie e tattiche: la necessità aguzza l'ingegno, che lo aiutò a rendere aguzze la armi che impiegava nella caccia. La prima delle quali era il proprio cervello.
Insomma, la caccia nasce con l'homo sapiens, e l'uomo è diventato sapiens anche grazie alla caccia.
In Asia sono state ritrovate lance fossili vecchie di 16.000 anni. Si cacciava con quello che c'era (sassi, rami d'albero), o che ci si costruiva (arco e frecce, fionde, lance).
In certi casi l'uomo si faceva aiutare a catturare gli animali da altri animali: a volte morti, impiegando come armi le loro ossa (tibie, femori), ma più spesso vivi: il più importante di essi è il cane, ma non vanno dimenticati i rapaci come il falcone e lo sparviero.
Da quando ha cominciato a cacciare, l'uomo non ha più smesso. Tanto meno oggi. Oggi la lancia e l'arco non fanno più parte della nostra vita quotidiana. La freccia sì: la retta con un'estremità appuntita rimane la maniera universale di indicare la direzione da seguire, e nelle auto l'indicatore luminoso che segnala la svolta si continua tranquillamente a chiamare freccia.
La caccia è assolutamente attuale. E' presente nel linguaggio, da quello politico a quello sportivo, ma specialmente nella vita. Si va tutti i giorni a caccia di gratificazioni, di prede sessuali, di occasioni, e così via: le stesse competizioni sportive non sono altro che cacce e battaglie rituali.
Ma la caccia non è solamente simbolica e ritualizzata: nonostante oggi, per primeggiare nella vita, non occorra più la forza fisica, una muscolatura sviluppata e un corpo atletico rendono tuttora particolarmente appetibile il loro possessore.
La "caccia" in senso letterale ( la cattura e l'uccisione di animali) anche se un meno diffusa di un tempo è ancora molto praticata.

 

La caccia oggi

Negli ultimi anni si è avuta in Italia una riduzione drastica del numero di cacciatori. Le cause sono diverse.

Tra il 1990 e il 2002 i cacciatori italiani sono passati da 1.700.000 a 730.000: una diminuzione del 56% circa.
E ogni anno si registrano sempre meno cacciatori anche nel resto del mondo.
In Italia ci sono attualmente 13 cacciatori ogni 1000 abitanti: l'1,3% della popolazione italiana è cacciatrice, come Diana (perdiana! direbbero gli oppositori della caccia). Una percentuale piccola, ma non piccolissima.
Si caccia più al nord che al sud, ma i cacciatori percentualmente più numerosi sono al centro (Umbria, 47 per mille; Toscana, 30 per mille; Sardegna, 26 per mille).
I cacciatori nel nostro Paese diminuiscono del 5% all'anno: l'età media del cacciatore italiano è di 65 anni. Il decremento dipende dal fatto che la caccia non affascina i giovani, e che è abbastanza costosa: tra assicurazioni obbligatorie, autorizzazioni, equipaggiamento, manutenzione dei cani, il costo di una stagione di caccia si aggira tra i 3.000 e i 5.000 euro.

Il giro d'affari che ruota intorno alla caccia è comunque ancora notevolissimo: l'UNAVI (Unione Associazione Venatorie) parla di circa 60.000 addetti, per un fatturato di 3 miliardi di euro all'anno. Per le sole cartucce si spendono annualmente oltre 132 milioni di euro.
La caccia possiede dei regolamenti ben precisi: ogni Regione possiede un proprio calendario venatorio, ed è tenuta a farlo rispettare.
La caccia piace a molti, ma non a tutti: fino a qualche anno fa è stata oggetto di grossi scontri tra chi vuole mantenerla, magari estendendone le opportunità e la durata, e chi invece vuole abolirla, o quanto meno limitarla.
In questo periodo di caccia si parla poco (abbiamo altre gatte da pelare), ma in anni non lontani (1990 e 1997) vi sono stati sul tema ben tre quesiti referendari, che però non sono passati per il mancato raggiungimento del quorum.
Le Associazioni Ambientaliste contrarie alla caccia sottolineano le sofferenze inflitte agli animali, molti dei quali, colpiti dai cacciatori, non muoiono immediatamente, ma dopo una lente e straziante agonia.
Gli ambientalisti pongono inoltre l'accento sul problema del bracconaggio, che colpisce anche specie animali protette, e dell'inquinamento dei terreni: i cacciatori lascerebbero al suolo ogni anno tra le 15.000 e le 20.000 tonnellate di piombo, sostanza tossica che avvelena la terra e l'acqua dei laghi e dei fiumi. Gli animali che ingeriscono i pallini di piombo trovati al suolo vanno incontro al saturnismo, l'avvelenamento da piombo che li conduce alla morte.